Tradu…che???

Tradu-cheVediamo se a qualcuno di voi suona familiare la scena di un traduttore professionista che si

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imbatte in qualche vecchia conoscenza. Sentendosi rispondere alla domanda “Che lavoro fai?” con “Sono un traduttore”, la maggior parte di questi sarà colta da un senso di momentaneo disorientamento dovuto al fatto di non sapere in che cosa consiste esattamente questa professione,

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per poi immaginarci alle prese con qualche semplice lavoretto poco impegnativo.
Questo siparietto è emblematico della scarsa popolarità di cui gode oggi la nostra meravigliosa e complessa professione tra i non addetti ai lavori.

Durante la messa in

scena del solito copione penso spesso alle parole di Coelho:
“Quando l’uomo si mostrò protervo, Dio distrusse la Torre di Babele, e tutti cominciarono a parlare idiomi diversi. Ma nella Sua infinita grazia, creò un genere di persone che avrebbe edificato dei ponti per comunicare, consentendo il dialogo e la diffusione del pensiero. Ecco: è proprio un ponte quell’uomo – o quella donna – di cui raramente ci preoccupiamo di conoscere il nome quando apriamo un libro straniero: il traduttore”.

Nel frattempo un turbinio di domande affolla la mia mente: sarà forse la mancanza di un albo a non dare rilievo alla nostra professione come accade per avvocati, notai, ingegneri ecc.? Sarà forse per il fatto che a professionisti seri si affiancano mestieranti che, dopo aver trascorso un anno all’estero, hanno l’ambiziosa pretesa di saper tradurre? Sarà la prassi dilagante di non citare il nome del traduttore a non renderlo visibile ai più? O forse, e qui mi riferisco in particolare ai traduttori freelance, sarà il fatto di lavorare da casa a non conferire a questo mestiere il meritato status di professione?

A voi l’ardua scelta!


2 Commenti in “Tradu…che???”

  • Simon ha scritto il 9 novembre 2010 - 21:44

    Ciao Giulia,
    Per rispondere a tutte le domandi che poni: credo che sia un po’ tutte queste cose. Molti credono che tradurre è semplice, tant’è che molte aziende affidano le loro traduzioni al personale interno – “Falla fare a Maria; ha studiato l’inglese. Che ci vuole?” – o ai traduttori automatici. Tocca anche a noi, comunque, come professione, informare il mondo del commercio (cosa che l’ITI in Inghilterra, di cui sono socio, cerca di fare. L’AITI fa qualche cosa?) sull’importanza della traduzione e sulla differenza, anche al livello di ritorno economico (e forse così ascolterĂ ), fra una traduzione casareccia e una professionale. Personalmente, quando si tratta di lavori da pubblicare, pretendo che compaia il mio nome. Se il cliente/l’agenzia rifiuta, rifiuto il lavoro. E così ho perso molti lavori, ma pazienza, per me è una questione di principio. Ma finchĂ© ci saranno traduttori disposti a lavorare nell’anonimato, questa prassi di non citare il traduttore continuerĂ  ad esistere. Il fatto che lavoriamo per la maggior parte da casa, invece, non mi sembra un grosso problema, o almeno non confronto agli altri.
    Non parli, però, delle tariffe, altro punto dolente del discorso, specialmente in Italia. Se non si riesci a farti pagare come un professionista, nessuno ti tratterĂ  come un professionista. E torniamo sempre al punto iniziale – per farti pagare come un professionista, devi far capire la difficoltĂ /professionalitĂ /necessitĂ  del tuo lavoro ai potenziali clienti. E questa è la sfida!!

  • Alessandro ha scritto il 12 novembre 2010 - 12:12

    Concordo con Simon: è una questione di comunicazione tra cliente e fornitore. occorre fare capire PERCHé talvolta è meglio spendere di piu e avvalersi di professionisti

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